Home / Archivio / Reagire alla crisi economica, puntando sul fare impresa. In Lombardia, anzitutto

Reagire alla crisi economica, puntando sul fare impresa. In Lombardia, anzitutto

Per risollevarci da una crisi che continua a mordere serve insistere in Lombardia su molti elementi: Legge 11, start-up e re-start, internazionalizzazione, Zona Economica Speciale, il passaggio allo Statuto Speciale.

Regione Lombardia deve fare al meglio il proprio dovere, ma è lo Stato che deve modificare alcune fondamentali normative, per esempio sulla pressione fiscale, sul costo del lavoro e dell’energia.
Di seguito, l’intervento che ho proposto in aula.

Vorrei concentrare  il mio intervento su alcuni aspetti riguardanti vantaggi e svantaggi, rischi e opportunità che le imprese lombarde si trovano ad affrontare quotidianamente dall’inizio della crisi del sistema economico-finanziario, risalente all’autunno del 2008 ad oggi, in particolare riguardo a tre aspetti: start-up aziendali, internazionalizzazione e delocalizzazione di imprese. Vorrei dare al mio intervento un taglio molto pratico e concreto, come è mia consuetudine fare, anticipando orgogliosamente che molti dei temi da me affrontati e sollecitati in IV Commissione sull’argomento, e che ora mi accingo ad esporre in Aula, sono stati recepiti ed inseriti nell’ordine del giorno maturato in IV Commissione sulla crisi economica.

PREMESSA
Devo però partire da una premessa, che in realtà è una triste e arcinota constatazione di ciò che riserva questo strano nostro Paese alle nostre imprese. Le imprese, e soprattutto le MPMI (Micro piccole e medie imprese) sono sempre citate ad ogni livello, in ogni atto, in ogni occasione, dalla cosa pubblica e anche dai media come “l’asse portante della nostra economia”, “la spina dorsale del paese” e via discorrendo. E in effetti è così: le nostre MPMI sono il tessuto pulsante del Paese, la sua ossatura più flessibile e dinamica, esse costituiscono il 94 % del tessuto produttivo nazionale ed in cui operano 14 milioni di addetti, un asse portante schiacciato dal peso insostenibile di un fisco che sottrae, molto spesso solo per spesa improduttiva e cattivi servizi, il 54 % del fatturato, di una opprimente e totalizzante burocrazia che sovrappone adempimenti seriali e farraginosi, sottrae tempo e risorse ingentissime, di una stretta progressiva di un credito bancario che ormai è chiuso ad ogni sostegno all’impresa, fattori tutti che condannano un’intera categoria di produttori e che allontanano ogni prospettiva di uscita del Paese dalla recessione. Possiamo dire quindi che questo Paese non è amico delle imprese, o se preferiamo, potrebbe sembrare un po’ eccessiva come affermazione, ma sappiamo che purtroppo è la triste realtà, questo Paese è nemico delle imprese. Le imprese e gli imprenditori sono spesso considerati con diffidenza dallo Stato e dall’apparato pubblico, in particolare centrale: come soggetto evasore, come soggetto sfruttatore, come soggetto inquinante, come soggetto “furbo”.  Oltre all’insostenibile pressione fiscale e all’opprimente burocrazia sopra richiamati, i principali problemi che le imprese si trovano ad affrontare a livello nazionale sono:  il costo del lavoro, la carenza di infrastrutture, la mancanza di credito, l’incertezza del diritto, i costi e i tempi della giustizia, la criminalità organizzata, il costo dell’energia e degli adempimenti, spesso smisurati per le micro, piccole e medie imprese, perché tagliati su misura di grande impresa, inerenti il rispetto dell’ambiente (si pensi al sistri, al reach…), al rispetto della normativa sulla sicurezza sul lavoro etc. Questo elenco potrebbe continuare a lungo ma già così fa cogliere un aspetto importante: questo Paese non è attrattivo per le imprese, non lo è per le imprese nostrane (quelle che già esistono e quelle che esisteranno per iniziativa di coraggiosi imprenditori italiani) e tantomeno lo è per le imprese straniere che volessero investire ed aprire nuove unità produttive in un altro Paese. Inoltre voglio evidenziare l’acquisizione sempre più frequente di molte nostre imprese, non solo PMI ma anche grandi imprese e interi gruppi, da parte di fondi e società straniere spesso senza molti scrupoli che vengono da noi, complice la perdurante congiuntura negativa, a fare “shopping di imprese”, appropriandosi in questo modo del nostro know-how e portando poi all’estero i capitali. Se non partiamo da questa premessa, o meglio da questa presa d’atto, non possiamo comprendere perché, sempre più imprese, puntano a delocalizzare e perché il rapporto di nata-mortalità delle imprese italiane è stato negli ultimi anni, purtroppo, tendente verso la mortalità, salvo una lieve inversione di rotta per quanto riguarda il 2013, e peraltro non per le imprese artigiane, e in assoluto non nel Nord Est (Rapporto Movimprese, Unioncamere, gennaio 2014). Vero è che vi sono ancora persone coraggiose che, o per scelta, o per indole, o per necessità, si avventurano tutt’oggi, e per fortuna, ad aprire aziende in Italia. In Lombardia, come ben sappiamo, la situazione non è molto dissimile da quella da me disegnata in premessa relativamente alle problematiche delle imprese a livello nazionale. Il Sistema Regionale – intendendo per Sistema Regionale il Consiglio regionale, la Giunta regionale, le emanazioni del sistema regionale (enti e società partecipate) ed anche il Sistema Camerale lombardo molto attivo nell’ambito dell’A.d.R. (Accordo di Programma) – aiutano e sostengono le imprese nell’affrontare al meglio le innumerevoli difficoltà: ricordiamo ovviamente la recente Legge Regionale n. 11 del 19 febbraio sulla libertà d’impresa, il lavoro e la competitività, peraltro come noto impugnata dal Governo, o le numerose iniziative a sostegno delle imprese per favorire l’accesso al credito, creare nuove imprese, sostenere investimenti e innovazione, promuovere l’internazionalizzazione, attrarre investimenti esteri, sostenere le aziende in crisi. Inoltre le nostre infrastrutture sono più articolate e molti cantieri sono operativi proprio in questo periodo su grandi opere e quindi, da questo punto di vista, le nostre imprese godono di una situazione di vantaggio, o meglio di minor svantaggio, rispetto ad altre aree del Paese, ma alcuni problemi, i principali a dire il vero (la pressione fiscale, il costo del lavoro, dell’energia etc) risiedono nella normativa statale e lì la Regione può fare poco.

START – UP
Ma ritorniamo al primo tema che vorrei toccare: LE START – UP  DI IMPRESE. E’ fondamentale sostenere la nascita di nuove imprese in qualsiasi settore di attività e di qualsiasi dimensione, ovviamente con una attenzione particolare per le micro e piccole – medie imprese che incontrano normalmente più difficoltà nella fase di avvio dell’impresa, anche per il problema dell’accesso al credito. Che si tratti di imprese innovative, di attività tradizionali, di imprese create da giovani o in maggioranza da donne, o, come sempre più spesso avviene, da ex dipendenti che vedono nell’attività di impresa una possibile rivincita per uscire da uno stato di precarietà quando non di perdita totale del posto di lavoro come dipendente. Oppure che si tratti di imprese che sorgono da processi di ristrutturazione aziendale (newco) o di sviluppo di un’area aziendale o di un gruppo di studio universitario (spin –off) o ancora di aziende che nascono da riconversione di aziende in crisi o dalla rilevazione di attività in dismissione, o di aziende con piani di rilancio aziendale di esperienze precedenti. Ogni forma di NUOVA IMPRESA, a prescindere dal settore economico, dal tipo di attività, dalla forma giuridica e dalle caratteristiche dell’imprenditore/imprenditrice o dei soci, deve essere sostenuta, in particolare nelle delicate fasi di avvio, perché  ogni nuova impresa crea valore aggiunto, crea occupazione, crea indotto. In questo senso ben vengano i Bandi Start-up e Re-Start di Regione Lombardia. Sarebbe utile pensare anche a misure di sostegno per le nuove attività di micro, piccola impresa dei settori tradizionali: attività commerciali, attività artigianali e non solo attività ad impronta ed indirizzo necessariamente innovativi.

INTERNAZIONALIZZAZIONE E DELOCALIZZAZIONE
Venendo ai temi dell’internazionalizzazione e della delocalizzazione di imprese, faccio alcune considerazioni trattando questi due aspetti insieme, in quanto fortemente correlati. L’esportazione della Regione Lombardia pesa il 27% dell’esportazione totale nazionale (dati fonte Istat, rielaboratati da Eupolis Lombardia). L’esportazione Lombarda è aumentata in 4 anni dal 2008 al 2012 del 3,8% e ha rappresentato l’unico indice positivo della nostra economia, non solo lombarda ma anche a livello nazionale, nel lungo periodo della crisi economica (tuttora in corso) che ha preso le mosse dall’autunno 2008. Meno produzione, meno fatturato, meno occupazione… più esportazione. L’internazionalizzazione delle nostre imprese va quindi sempre più promossa e sostenuta con determinazione. In questo senso Regione Lombardia sta già facendo molto attraverso diversi bandi: FRI – Fondo di rotazione per l’internazionalizzazione, il Fondo per l’accompagnamento delle PMI lombarde nei paesi extra UE, il bando voucher internazionalizzazione 2014, il bando G.A.T.E. (Give Agibility to Export). Devo notare al riguardo che alcune delle misure che ho sopra richiamato sostengono e promuovono l’insediamento di unità produttive all’estero. Penso che sia opportuno sostenere maggiormente le attività di export, eventualmente attraverso reti di impresa o anche partnership internazionali, finanziando maggiormente le misure di sostegno a ricognizioni, missioni e partecipazioni a fiere all’estero, propedeutiche all’attività commerciale vera e propria, come già previsto dalla misura del bando voucher internazionalizzazione. Finanzierei l’attività di insediamento produttivo all’estero (e quindi la delocalizzazione di imprese) solo e soltanto nel momento in cui tale attività sia di sostegno e garanzia al mantenimento o meglio ancora al rafforzamento delle unità produttive site nella nostra Regione e in generale nel nostro Paese. Con uno studio pubblicato il 30 marzo u.s., la CGIA di Mestre denuncia che, negli ultimi 10 anni, sono state 27.000 le imprese italiane che hanno delocalizzato, trasferendo le attività produttive all’estero, e di queste ben 9.647 sono aziende lombarde. I motivi di questo impressionante e crescente esodo sono quelli da me già menzionati in premessa: tasse, burocrazia, costo del lavoro, deficit logistico-infrastrutturale, inefficienza della p.a., strozzatura del credito, maggior costo dell’energia ed altri ancora. Le destinazioni di quelle che furono nostre aziende sono in primo luogo la Francia, seguita, dagli USA, dalla Germania, dalla Romania e dalla Cina. Quello che mi sorprende è che, come ho detto, ai primi posti della delocalizzazione, non vi sono Paesi a bassissimo costo del lavoro ma i principali Paesi dell’Unione Europea: Germania e Francia. E questa, se vogliamo, è un’ulteriore riprova del fatto che il sistema Italia nel suo complesso non sta funzionando, infatti non possiamo parlare di concorrenza sleale, di dumping salariale. Stiamo parlando dei colossi europei e mondiali dell’economia, evidentemente più attrattivi del nostro paese per le nostre stesse imprese. E’ un fenomeno questo, che ricorda da vicino “la fuga dei cervelli” dal nostro Paese in campo scientifico e universitario e più in generale quella dei sempre più numerosi lavoratori di ogni settore, di ogni professione e di ogni ceto sociale, che lasciano il Paese in cerca di un futuro migliore. Contesto differente, ma stessi problemi e soprattutto stesse cause, sulle quali non mi ripeto. Poi noi abbiamo l’opportunità-problema, a seconda di come la si considera, della vicina Svizzera che vale per noi lombardi quello che la Slovenia e la Carinzia valgono per il Veneto e il Nord Est in generale. Ben venga quindi la ZES (Zona a Economia Speciale) della Lombardia che dovrebbe interessare inizialmente alcuni territori delle province di Como, Sondrio e Varese: rappresenterebbe una leva importante per il rilancio della nostra economia di frontiera e nello stesso tempo rappresenterebbe un freno alla crescente delocalizzazione ed un motivo di attrattività per la nascita di nuove imprese nostrane o provenienti da altri territori, anche esteri. E ben venga, ovviamente, lo Statuto Speciale per la Regione Lombardia, che abbiamo, come lista Maroni Presidente, proposto e che sosteniamo con convinzione, anche, e non solo, per gli enormi vantaggi di carattere economico e fiscale che ne deriverebbero per cittadini e imprese. Molti dei temi da me sollecitati, come ho annunciato in premessa, sono stati recepiti ed inseriti nell’Ordine del giorno sulla Crisi economica, maturato nell’ambito della IV Commissione ed in particolare nel Gruppo di lavoro dedicato alla Crisi. Di questo ringrazio i Colleghi della IV Commissione ed particolare il Presidente Ciocca ed il Coordinatore del Gruppo di lavoro “Crisi Economica” Pedrazzini.

Share Button

Check Also

Dogana Italia Svizzera

Dogane chiuse di notte Drezzo, Bizzarone e Ronago a rischio chiusura serale

Dogane chiuse di notte? È una follia. Tuona così il Consigliere Segretario Daniela Maroni di …